Il vulcano sottomarino Marsili: rischio di maremoto nel Tirreno - allarme dal CNR
In questi giorni sta suscitando molto interesse e clamore l'ultima "leggenda" che circonda l'affascinante pianeta rosso del nostro sistema solare: Marte. Sulla sua superficie sarebbe stata scoperta una "stazione spaziale", una presunta struttura artificiale scovata da David Martines che, attraverso Google Mars, un software che permette di visualizzare la superficie marziana grazie alle mappature satellitari, si è imbattuto in una anomalia che lo ha lasciato perplesso.
David Martines avrebbe anche contattato la NASA per avere delucidazioni, senza però ricevere risposta. La notiza fa immediatamente il giro del web e, come sempre, vengono montate le rituali congetture: un difetto dell'immagine (pixel irregolari?); i palloni usati dal rover Spirit per atterrare sul suolo marziano; una stazione aliena. Ache Tgcom ha pubblicato un articolo ponendo dubbi sulla natura dell'anomalia marziana.
L'idea della "base aliena" viene sostenuta dallo stesso Martines che, rendendo disponibili le coordinate geografiche per la localizzazione della "macchia" (71 49’ 19.73” N - 29 33’ 06.53” W), dichiara: «A un occhio distratto potrebbe sembrare una semplice protuberanza che interrompe il paesaggio, ma invece si tratta di un edificio artificiale. Rocce o montagne non c’entrano niente». Poi prosegue: «L’ho scoperta per puro caso navigando su Google Mars, l’ho chiamata Bio-stazione Alpha perché sono sicuro che sia abitata o che lo sia stata in passato».
Pur restando affascinante l'idea che Marte fosse, in un lontano tempo, abitata e civilizzata, bisogna soffermarsi su una constatazione: molte delle anomalie marziane riscontrate nelle immagini catturate dai satelliti si sono poi rivelate effettivi errori di acquisizione degli stessi sistemi orbitali e, in altri casi, giochi di luce e ombra che hanno dato vita all'effetto pareidolia, una illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale. Clamorosa fu la foto scattata il 25 luglio 1976 dalla sonda della NASA Viking 1 che tutti ricordano come il "volto su Marte" (oppure faccia di Marte), situato nella regione di Cydonia.
Partendo da questo presupposto abbiamo cercato in rete le argomentazioni che, a nostro avviso, sono sembrate tecnicamente più valide ed oggettive affinchè venisse fatta luce sulla nuova anomalia marziana. L'ipotesi più gettonata, supportata anche da una notevole mole di dati e foto a supporto della stessa, è stata esposta da un anonimo appassionato di ufologia che propone a tutti gli interessati di fare questa verifica attraverso al quale è possibile risalire all'origine della "macchia": pixel corrotti.
L'ipotesi parte dallo stabilire la fonte da cui traggono origine le immagini di Google Mars. Tale archivio fotografico è reso possibile dalla sonda Mars Express, composta dal modulo Mars Express Orbiter e dal lander Beagle 2, progettato per studiare la geologia del pianeta rosso e l'eventuale presenza di vita.
Le immagini satellitari di Marte vengono periodicamente caricate nel sito Mars Image Explorer, che offre un motore di ricerca per visionarle e, in parte, scaricarle. Inserendo alcuni valori nel motore di ricerca ottienamo due interessanti rilievi fotografici siglati con H5620_0000_ND2 e H5620_0000_ND3. Il secondo dei due (ND3) è consultabile in questa pagina del Mars Image Explorer in cui, attraverso l'opzione zoom e cercando di mantenere il centro del quadrato rosso dello stesso rilievo è possibile visualizzare l'anomalia, partorita verosimilmente dalla sonda Mars Express.
Un sistema più elaborato è invece scaricare il primo rilievo fotografico H5620_0000_ND2 da questo link, dal peso di 355 MB (il file è H5620_0000_ND2.IMG). Dopo questo procedimento è necessario scaricare un visualizzatore che permetta di leggere e decodificare il formato di queste immagini: è il NASAView disponibile qui (versione 3.8.0 del maggio 2011).
Avviato il viewer (che non necessità di installazione) bisogna aprire il file scaricato (ND2.IMG) con il comando File-->Open Object.
Caricata l'immagine bisogna ora inserire i parametri per scovare l'anomalia e salvare il file in formato JPEG per una successiva più comoda visualizzazione. Basta quindi selezionare dal menu la voce Large Image Selection--> Select Lines And Samples e di seguito inserire i valori in Start Line: 29950; Stop Line: 35000; Start Line Sample: 2950; Stop Line: 5000-->OK.
Fatto questo si aprirà una nuova finestra in cui è visibile una sezione dell'immagine integrale dove si potrà immediatamente notare, in alto a sinistra, la minuscola sequenza orizzontale costituita da 11 pixel corrotti (tra il bianco e gradazioni di grigio) generati da una "buco" nei dati acquisiti dalla sonda Mars Express.
Il software di Google Mars avrebbe quindi "interpretato" quel segmento discontinuo generando l'artefatto scovato da David Martines: un semplice errore nella elaborazione dell’immagine.
Cos'altro aggiungere? Di certo Google Mars e i vari pacchetti associati hanno acquisito ulteriori crediti e notorietà grazie all'ennesimo passaparola virale, senza contare che anche stavolta Youtube ha avuto il suo ruolo predominante, grazie al video che lo stesso Martines ha caricato per mostrare la scoperta. Un video che è stato poi "inspiegabilmente" rimosso alimentando ulteriori fantasie complottistiche. Ma non sono mancati gli emulatori del buon Martines: in tanti, infatti, si sono cimentati ad uppare decine di video che mostrano la "scoperta" avviando Google Mars e tra i tanti filmati spicca quello che a noi è risultato più simpatico e divertente: questo.
Saremmo ben lieti di leggere eventuali commenti degli esperti del settore, che possano confermare questa ipotesi, o proporne altre, e magari scusarci qualora avessimo usato termini impropri nell'esposizione tecnica.
Il vulcano sottomarino Marsili, al largo del Golfo di Policastro, potrebbe provocare un terrificante Tsunami
Niente allarmismi, ma un monitoraggio del Golfo di Policastro, si renderebbe davvero necessario. Non tutti sanno che l' area tra Campania Basilicata e Calabria è cinturata da una serie di vulcani potenzialmente pericolosi: il Palinuro, ma soprattutto il Marsili (qui accanto un' immagine ricostruita del vulcano sottomarino Marsili).. Lo studio del C.N.R. ne ha rilevato gli aspetti più pericolosi. Alto 3000 m. il vulcano sottomarino Marsili dista 150 km. a sud del golfo di Napoli e 70 km. dalle isole Eolie. Si sviluppa da 3000 a 505 m. di profondità. Lungo 55 km. e largo 35, ha due milioni di anni, le sue fumarole furono riprese nel 1990 da un video-robot di ricercatori americani. Non meno pericoloso è il Palinuro, altro vulcano sommerso della cintura Tirrenica. Dista circa a 150 km. dal golfo partenopeo e a 83 dalla costa calabra di Diamante, in direzione nord-est rispetto al Marsili. L'origine risale a meno di due milioni di anni fa. La pericolosità di questi vulcani è legata al fatto che possono essere definiti una vera e propria cintura di fuoco immersa negli abissi: il Vesuvio, il Marsili, il Valinov, il Palinuro, i vulcani delle Eolie. Il loro risveglio potrebbe essere drammatico per i paesi costieri della Calabria, della Campania e della Basilicata. Di qui, la necessità di "non abbassare minimamente la guardia", senza drammatizzare i toni delle notizie che gradualmente si ricevono, ma sviluppare iniziative sempre più fitte di "Ricerca e di Monitoraggio Avanzato".
Scoperto il più grande vulcano d'Europa, il Marsili, in piena attività, a metà strada tra Salerno e Cefalù
Coste del Tirreno meridionale a rischio maremoto. Uno tsunami, un' immensa onda simile a quelle che periodicamente si abbattono sui Paesi del Pacifico (come Giappone e Indonesia), potrebbe infatti colpire Calabria, Campania e Sicilia. L'allarme arriva dal progetto Tirreno del Cnr, una serie di ricerche che hanno portato alla scoperta del più grande vulcano d'Europa, il Marsili, un gigante in piena attività che si innalza di 3.000 metri dal fondo del Tirreno meridionale, a metà strada tra Salerno e Cefalù, arrivando fino a -500 metri, lungo 65 chilometri, largo 40 e con un volume di 1.600 metri cubi. "Sui fianchi del Marsili - ha detto il responsabile del progetto, Michael Marani - si stanno sviluppando numerosi apparati vulcanici satelliti, molti dei quali hanno dimensioni comparabili con il cratere dell'isola di Vulcano". Su alcuni dei vulcani sottomarini, ha aggiunto, "sono state identificate le tracce di enormi collassi di materiale dai fianchi e questi collassi potrebbero provocare maremoti estremamente pericolosi per le regioni costiere, in particolare le Eolie, Calabria e Campania". Il Tirreno è il mare più giovane del Mediterraneo, ha poi rilevato lo studioso del Cnr, "e per questo è ancora molto instabile e riuscire a capire e monitorare questi fenomeni è importante, perché, non essendo visibili, possono dar luogo a rischi elevati". Oltre al Marsili, nel Tirreno (tra Sardegna e Lazio) c'è un altro grande vulcano sottomarino, il Vassilov, che però, essendo più vecchio (6-7 milioni di anni fa contro i 2 del Marsili), è anche più stabile. Ma dal fondo del mar Tirreno non arrivano soltanto insidie. Infatti, le ricerche del Cnr, ha osservato Marani, "nella porzione sommersa dell'edificio vulcanico di Panarea, a circa 80 metri di profondità, hanno scoperto l'esistenza di depositi di solfuri di piombo, rame e zinco, ossidi ed idrossidi di ferro e manganese, giacimenti che in un futuro prossimo potrebbero anche essere sfruttati economicamente". Il progetto ha inoltre messo in luce il destino del materiale eroso dalle montagne che circondano il Tirreno, trasportato dai fiumi fino al mare. Sono stati infatti evidenziati sistemi di drenaggio sottomarino attraverso cui i sedimenti vengono trasferiti dalle aree costiere alle porzioni centrali abissali del Tirreno. I più importanti assi di questi sistemi di drenaggio sono il Canyon di Stromboli e la Valle della Sardegna, posti rispettivamente nel versante calabro ed in quello sardo. Questi canali sottomarini, larghi fino a 4 chilometri e profondi centinaia di metri, solcano i fondali con lunghezza fino a 250 chilometri. I ricercatori del Cnr hanno navigato per 100 giorni nel Tirreno, percorrendo 36.000 chilometri, per portare a termine la prima carta geologica di un mare intero.
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