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LUCI DALL’OLTREVERSO (Rivista “Tracce d’eternità” nr.17) Gli Egizi e la cerimonia della “apertura della bocca”: rito o reminiscenza?

 

Gli Egizi e la cerimonia della “apertura della bocca”:

rito o reminiscenza?

di Fabio Marino

Tutti sanno che il popolo egizio elaborò un sistema cultuale e mitologico fondato sulla credenza della sopravvivenza dell’anima alla morte del corpo fisico; anima e corpo, comunque, erano strettamente legate, al punto che l’una non sarebbe sopravvissuta al disfacimento dell’altro. La religione e la cultura egizie in tal senso possono essere riguardate come letteralmente ossessionate dalla necessità di assicurare la conservazione del corpo, specialmente di quello dei faraoni e degli alti dignitari, per consentirne la sopravvivenza e la ascensione al cielo. Nei cosiddetti “Testi delle piramidi”, risalenti nella loro redazione definitiva al 2200 avanti Cristo circa, ma sicuramente molto più antichi per quanto riguarda la redazione originaria, probabilmente trasmessa fino ad allora per via orale, e nel cosiddetto “Libro dei morti”, la cui redazione più completa si ritrova verosimilmente all’interno della tomba di Seti I, ci viene presentato l’intero percorso del defunto dal momento della morte al passaggio nell’aldilà. Fra le tante cerimonie, rituali e prove a cui viene sottoposto il defunto, ce ne sono alcuni molto conosciuti: si pensi, ad esempio, alla cosiddetta “pesatura del cuore”, durante la quale il cuore del defunto veniva messa a confronto come peso con una piuma. Se esso risultava più leggero della piuma, il morto veniva accolto nell’aldilà; in caso contrario, veniva divorato da una delle tante divinità ” negative ” presenti nel Pantheon egizio. Fra le tante cerimonie, una è rimasta finora piuttosto misteriosa e poco conosciuta per quanto riguarda il significato ultimo e la stessa esecuzione. Mi riferisco, per l’appunto, alla “apertura della bocca”, un rito di origine estremamente remota, sicuramente predinastico, che veniva effettuato anche sui simulacri e sulle statue di maggiore importanza teologica. La spiegazione classica della nascita di questa cerimonia è quella secondo cui era necessario infondere alle statue degli dei oppure dei defunti i cinque sensi, in maniera tale che le immagini (per quanto riguarda i simulacri) e i cadaveri (per quanto riguarda i defunti) potessero effettivamente animarsi, in modo da poter fruire fisicamente delle offerte donate. Secondo questa corrente di pensiero, dunque, la nascita di questo rito sarebbe da scriversi all’ambito dei templi e dei culti prima ancora che a quello funerario. Si sa che la cerimonia avveniva in una “casa dell’oro”: consisteva nell’aprire ritualmente la bocca ad una statua o alla mummia stessa del defunto, seguendo una serie ben precisa ed accuratamente trasmessa di gesti e preghiere. La mummia, dopo essere stata purificata, veniva posta su una piccola collina di sabbia (che voleva simboleggiare l’isola primordiale da cui ebbe origine l’intera creazione, a partire dal dio primigenio Atum); successivamente, e solo dopo la purificazione del cadavere, il sacerdote, vestito con la pelle di un leopardo, procedeva all’apertura della bocca vera e propria con le dita ed altri strumenti appositi: in sostanza, l’officiante toccava gentilmente, secondo le interpretazioni ortodosse, con una specie di ascia da falegnami in miniatura i punti corrispondenti ai cinque sensi (occhi, naso, labbra, orecchie), nonché mani e piedi. La frase rituale decisiva era: “La mia bocca è aperta! La mia bocca è spaccata da Shu (il dio dell’aria) con quella lancia di metallo che usava per aprire la bocca degli dei. Io sono il Potente. Siederò accanto a colei che sta nel grande respiro del cielo” (Libro dei morti, formula 23). Accompagnata dunque dalle formule pronunciate dal sacerdote lettore, venivano riportati in vita anche tutti gli altri organi della sfera sensoriale della persona. Quella che probabilmente è la descrizione più completa del rituale ci giunge dalle decorazioni, come detto, della tomba di Seti I (KV17 nella Valle dei Re). Nei suoi corridoi, infatti, sono presenti ben 75 riquadri che illustrano la cerimonia. Un’altra descrizione giunge dalla famosa tomba di Tutankhamen (figura 1:

). Al riguardo, vi prego di notare con attenzione lo strumento nero tenuto in mano dal sacerdote: risulterà utile in un paragone successivo. È anche da notare che uno degli oggetti ritualmente adoperati nel corso della cerimonia era il cosiddetto ovvero dito d’oro, un oggetto in oro che raffigurava due dita affiancate mentre l’altro era, come già riferito, una sorta di piccola ascia simile a quella che compare nel glifo sottostante:

e che si può vedere con chiarezza sia sul banchetto che in mano al sacerdote nella figura precedente. In fin dei conti, dunque, in che cosa consisteva, o meglio, che cosa rappresentava la cerimonia dell’apertura della bocca? Rappresentava la ” rianimazione”, nel caso di un cadavere, oppure la ” animazione” di una statua; in entrambi i casi, dunque, si trattava di riportare in vita qualcosa che era morto, per sua stessa natura (una statua) o per cause più o meno naturali (un defunto). Per quale motivo, allora, si può parlare o ipotizzare di reminiscenza? Per un motivo molto semplice: esistono delle apparentemente fondate analogie fra la strumentazione utilizzata dagli Egizi e quella rianimatoria usata in epoca moderna. Per convincersene, basta dare un’occhiata a qualcuno degli ” attrezzi ” utilizzati da anestesisti e rianimatori negli ultimi 100-150 anni. Per esempio, si osservi la figura 2:

si tratta del cosiddetto accessorio per intubazione “Mona Roberts”: non è difficile, come si vede, trovare numerose analogie nella forma con lo strumento utilizzato dagli Egizi, che in figura 3 possiamo vedere in dettaglio:

Come se non bastasse, e ricordando che la cerimonia veniva eseguita, secondo l’egittologia ortodossa, con una ” specie di ascia in miniatura per falegnami”, balza subito all’occhio quanto è possibile vedere in figura 4:

si tratta del cosiddetto “tiralingua Laborde”, uno strumento indispensabile per evitare la caduta della lingua in fase rianimatoria posteriormente nel cavo orale, che sembra quasi riecheggiare in questo dipinto egizio (figura 5: ), in cui si notano impressionanti analogie anche con quest’altro reperto di epoca certamente più moderna (figura 6:

). Si tratta del cosiddetto “apribocca Heister”, la cui funzione era, ovviamente, quella di aprire e mantenere aperta la bocca dell’assistito, per consentire una adeguata ventilazione polmonare. Il lettore ricorderà certamente il “ḏh’ n ndw”, il dito d’oro necessario all’esecuzione del rituale. Ebbene, a questo punto, sono certo che nessuno si stupirà di sapere che, nel corso del 1800, era in auge questo strumento particolare (figura 7:

). Si tratta, proprio ed effettivamente, di un vero e proprio salvadito utilizzato dal medico per impedire di essere morso dal paziente durante le pratiche di intubazione.

Qual è dunque il significato ultimo di questa pur breve trattazione? Molto semplicemente, voglio porre l’accento su una possibilità fin qui abbondantemente trascurata, anche dai cosiddetti ” ricercatori indipendenti”: la sbalorditiva possibilità che gli Egizi (sicuramente in possesso di avanzate tecniche mediche e chirurgiche, checché se ne dica: basti pensare ai numerosi esempi di trapanazione cranica effettuata con successo e con la sopravvivenza del paziente, come dimostrato dalla ricalcificazione osservata intorno ai fori praticati; oppure pensare al feto di cinque mesi, figlio di Tutankhamen, esposto al museo del Cairo) abbiano mutuato in qualche maniera ancora del tutto sconosciuta, fin dai tempi predinastici, delle tecniche rianimatorie avanzate, il cui significato reale è andato perduto nel tempo, ma si è conservato pressoché intatto nella simbologia della cerimonia dell’apertura della bocca. Guardando i dipinti delle tombe egizie che la raffigurano ed osservando gli strumenti pressoché attuali qui presentati, appare evidente una analogia fin qui sottaciuta, e di cui ci sfugge l’origine: hanno gli Egizi preso in prestito da culture “extra” i tentativi di rianimazione e, senza comprenderli tecnicamente, li hanno utilizzati simbolicamente, avendone di converso compreso il significato di “restituire la vita” a chi di fatto era già morto? Oppure questa pratica rappresenta il pallido ricordo di un tempo remoto in cui era prassi comune utilizzare tecniche mediche assai vicine a quelle attuali, tecniche successivamente perdute, ma perpetuate in chiave simbolica nel corso del tempo?

Probabilmente, non conosceremo mai la risposta, per lo meno non in tempi brevi. Quello che comunque resta estremamente suggestiva è la possibilità, a mio avviso concreta e reale, che per gli Egizi la cerimonia dell’apertura della bocca non fosse soltanto un rito, ma una autentica reminiscenza, fondata su una scienza perduta nel tempo e nelle sabbie del deserto libico, oppure su una scienza proveniente da un “altrove” che forse mai riusciremo ad identificare. Quello che è certo, in ogni caso, è che l’attribuzione esclusivamente a fattori teologici e di culto di rituali come quello qui trattato, e l’ostinazione a non voler prendere in considerazione possibilità “altre” in merito alle capacità esibite da molti dei popoli antichi (Egizi in testa) e quindi che questi popoli non possano avere in qualche misura goduto di conoscenze preesistenti ed oggi non più identificabili, oppure non possano aver usufruito di insegnamenti da parte di un “Osiride celeste” nel senso letterale del termine rappresenta un atto di colossale superbia che si concilia davvero molto male con le finalità ultime di una scienza che dovrebbe essere aperta, per sua stessa natura, a possibilità sorprendenti, anche quando non siano conformi al paradigma scientifico imperante. Come, d’altra parte, Kuhn invece insegna, da cinquant’anni a questa parte.

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Filed under: Archeologia, Misteri · Tags: , , , , , , , , , , , , ,

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