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LUCI DALL’OLTREVERSO (Rivista “Tracce d’eternità” nr.16) MOHENJO DARO UNA REVISIONE CRITICA

 

LUCI DALL’OLTREVERSO

di Fabio Marino

Le “Luci dall’Oltreverso” a volte possono purtroppo accecare, specialmente se guardate direttamente e senza protezione. In qualche caso, quindi, è opportuno proteggere in maniera adeguata gli occhi, pena la visione di miraggi impossibili… Mohenjo Daro, insieme ad Harappa e altre importanti città di quella zona, fa parte di quella che è conosciuta come la “civiltà della Valle dell’Indo”. Situata in quella area che si trova oggigiorno nell’odierno Pakistan, tale civiltà fu quasi coeva con quella sumera e le sopravvisse per parecchi secoli. Il nome ha un significato macabro (“Monte dei morti”) che condivide con l’altra località di Lothal. La città è piuttosto estesa (circa 100  ettari), e si stima che abbia avuto nei momenti di massimo fulgore una popolazione superiore ai 70.000 abitanti. Costruita alla fine del IV millennio a.C. (all’incirca fra il 3.300 e il 2.900 a.C.), la sua storia abbraccia circa 1.500 anni poiché il sito fu abbandonato intorno al XVIII secolo a.C. Oggi appare relativamente ben conservato (foto aerea:

) in cui si distingue agevolmente la struttura bi-livellare della città (una città alta e una bassa). Mohenjo-Daro, scoperta fra il 1922 e il 1927, è salita agli onori della cronaca quando Davenport ed Ettore Vincenti pubblicarono nel 1978 un libro, edito in Italia da SugarCo, intitolato “2000 a.C.: distruzione atomica”. In questo libro gli Autori sostenevano che numerose e presunte “anomalie” del sito archeologico di Mohenjo- Daro lasciavano pensare chiaramente alla possibilità di un’esplosione atomica. A supporto della loro tesi, Davenport e Vincenti citavano, ad esempio, il rinvenimento di pietre fuse e vetrificate (foto:

) di mattoni di argilla fusi insieme (foto:

) di elementi, all’interno delle rocce della zona, che farebbero pensare a un rapidissimo riscaldamento ad alta temperatura, seguito da un subitaneo (o quasi) abbassamento della stessa (foto:

). Citavano, inoltre, analoghi processi subiti da manufatti di uso comune (foto:

). La disposizione di una cinquantina di scheletri pressoché intatti ritrovati nella città avrebbe corroborato la loro tesi: un individuo isolato, in cui è evidente la calcinazione subita dalle ossa (foto:

) oppure i resti di non  meno di tredici persone, malamente scaraventate a destra e a manca (foto:

). In un altro caso, apparentemente il più clamoroso, sembra che un’intera famiglia sia stata improvvisamente e inaspettatamente sterminata mentre passeggiava tranquillamente per strada (foto:

).  A queste osservazioni dei due Autori, poi, cominciarono, quasi autonomamente, ad aggiungersi voci relative a un totale sconvolgimento dell’assetto urbano, che si rifletterebbe nelle battaglie celesti fra Vimana narrate nel Mahābhārata e nel Rāmāyana. A poco a poco, poiché una voce tira l’altra (un po’ come le ciliegie, insomma…) emerse l’incredibile “notizia” secondo cui gli scheletri di Mohenjo-Daro sarebbero stati, come l’intera zona, parecchie volte più radioattivi del normale. Una “notizia”, però, nata dal nulla, nel senso che gli Autori del libro non  parlano mai di livelli eccessivi di radiazioni, né sugli scheletri, né nella zona. Come si vede, c’è molto, moltissimo su cui discutere. Abbiamo, in sintesi, una città (o meglio: praticamente un’intera regione) che, potendo essere stata la sede di alcune delle battaglie “mitiche” raccontate dai sacri poemi Indù  (che sono, ricordiamolo, anche secondo me due delle fonti più importanti per quanto riguarda l’ipotesi di un paleocontatto e di avvistamenti a carattere clipeologico), presenta una serie di caratteristiche adeguate: una distruzione totale e improvvisa; un calore (legato alla distruzione) superiore a 1.500 °C, tanto da vetrificare e liquefare rocce e mattoni; scheletri disposti in maniera estremamente disordinata, calcinati e radioattivi come la regione in questione; nessun segno apparente di invasione. Tutto chiaro, quindi? Si trattò di distruzione atomica?

Andiamo piano e analizziamo un punto per volta. Intanto, che la distruzione sia stata pressoché completa non risulta affatto provato: come si vede dalla foto sopra, anzi, il centroappare piuttosto ben conservato. Senza scomodare analoghe immagini di Hiroshima e Nagasaki, vediamo una città (casualmente Cassino, la mia) rasa al suolo nel 1944 con bombe tradizionali (foto:

): a me sembra che, come stato di conservazione, non  ci sia partita: o sbaglio? D’altra parte, il fatto assolutamente noto è che, per via di numerose inondazioni e alluvioni, Mohenjo-Daro fu distrutta e ricostruita almeno sette volte; il che ci porta agli scheletri. La disposizione disordinata e disarticolata di questi ultimi, infatti, si concilia alla perfezione con fenomeni atmosferici di quel genere; inoltre, alcune cose non  si possono spiegare con l’ipotesi “atomica”. La prima è che gli scheletri rinvenuti sono soltanto una cinquantina: molti meno di quanti ce ne dovrebbero essere. Tanto per fare un esempio e restare a “casa mia”, nonostante l’avvertimento degli Alleati, a Cassino, fra morti e dispersi, si ebbero svariate centinaia di vittime civili. Poi, mancano del tutto le “ombre”, perfettamente visibili sui muri di Hiroshima. Infine, c’è la questione della radioattività, che però è stata abbondantemente e esaurientemente spiegata: tutta la zona, l’intera regione possiede livelli elevati di radioattività, in quanto è stata sede, fino a tempi recenti, di esperimenti nucleari da parte del Pakistan (che, com’è noto, è uno  dei membri del “club atomico”). Esisterebbe però una documentazione del CNR italiano che proverebbe il contrario. Ora: in tutto il sito del CNR non  esiste traccia di questo ipotetico studio condotto dal Centro nostrano; le uniche “prove sarebbero queste: una nota (foto:

), un foglietto sostanzialmente anonimo, in cui qualcuno scrive genericamente, non si sa a proposito di che, di “diffrattometria ai raggi X”; e questo tracciato, ugualmente anonimo (foto:

),  di cui non  si può dire assolutamente (ma che dico? Assolutamente!) nulla. Archiviata quindi la questione degli scheletri nella sua globalità (disposizione e radioattività), resta da verificare l’asserzione relativa alla temperatura di fusione. E qui ci sarebbe quasi da ridere. Infatti, temperature “al di sopra dei 1.500 °C” non sono poi così difficili da raggiungere, tenuto conto che con il solo legno si può arrivare a 1.200 °C. Un’ultima considerazione, prima di chiudere. La civiltà della valle dell’Indo prosperò in piena Età del Bronzo, quindi in epoca pienamente storica. Probabilmente i testi sacri Indù  (per quanto redatti nella forma attuale fra il X e l’VIII secolo a.C.) hanno un’origine assai più antica. Possibile che un evento così straordinario, compiuto con armi straordinarie, non  venga narrato da nessun’altra parte? Le comunicazioni non  erano certamente quelle di oggi, ma possibile che nessuno storico dell’epoca, nessun’altra leggenda o mito  abbia immortalato la “magica” fine della civiltà della Valle dell’Indo? Quindi, con buona pace per gli assertori di guerre atomiche nell’antichità, non è a Mohenjo-Daro che si può trovarne la prova. Ma valeva la pena di provare; anche se, in assenza di una corretta metodologia, diventa difficile perfino dimostrare che l’uomo respira. E qui di metodologia se ne trova pochina, e non  basta la troppa fantasia a pareggiare il conto.

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