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Le menzogne di Bush sull’11 settembre servono a coprire un “lavoro” del Mossad?

 

Chi abbia seguito anche solo fuggevolmente le versioni “alternative” a quella ufficiale, sui fatti dell’11 settembre 2001, sa già chi siano gli «israeliani danzanti», ossia quello sconce figure che, contemplando a distanza il crollo delle Twin Towers, ballavano di gioia, come se avessero ottenuto un successo lungamente agognato. Sa che essi si erano fermati, con il loro furgone, prima dell’arrivo dei due aerei dirottati che si sarebbero schiantati contro i grattacieli, e si erano messi a guardare in quella direzione, come se si aspettassero che qualcosa sarebbe accaduto. Sa anche come essi vennero rapidamente identificati e arrestati dalle autorità di polizia e come, altrettanto rapidamente – e inspiegabilmente – vennero liberati ed espulsi dagli Stati Uniti, mentre ogni responsabilità dell’attentato ricadeva, attraverso i media, su Bin Laden ed Al-Qaida. Del resto, non era stato lo stesso “sceicco del terrore” ad assumersi la paternità dell’attacco alle Tori Gemelle e alla sede del Pentagono, compiacendosi per il buon esito dell’operazione e per l’alto tributo di vite umane che gli “infedeli” avevano dovuto pagare alla loro stessa politica anti-islamica e filo-sionista?

Tutto chiaro, dunque.

È vero, c’era la circostanza – assai imbarazzante – che il presidente George W. Bush, che in quel momento era in visita a una scuola, si era mostrato informato dei fatti  quasi prima che accadessero, e che si era detto sconvolto per aver visto in televisione lo spettacolo del crollo delle Due Torri, quando ancora le televisioni americane non avevano mandato in onda quelle immagini. Ma anche per questo, si disse, c’è una spiegazione, e molto semplice: il presidente non si riferiva alla televisione pubblica, ma a un filmato che gli era stato proiettato in privato, in anteprima, in una televisione a circuito chiuso.

C’è, tuttavia, ancora un altro particolare che non quadra., e che è sotto gli occhi di tutti: il modo in cui sono crollati i due immensi grattacieli del World Trade Center. Un modo che non ha nulla a che fare con l’impatto di un aereo, per quanto di grosse dimensioni. Molti esperti, in realtà, dubitano che un aereo avrebbe potuto far crollare degli edifici di quelle dimensioni: li avrebbe semplicementeattraversati e, in ogni caso, urtandoli a quell’altezza, non sarebbe stato in grado di far rovinare l’intera costruzione, dal primo all’ultimo piano. La conferma di ciò si era già avuta, del resto, nel corso di “normali” incidenti aerei: mai si era visto qualcosa di simile a quanto avvenne l’11 settembre 2001, ossia un crollo verticale e totale.

No: quel tipo di caduta ricorda un’altra e ben diversa tipologia di distruzioni: quella delle demolizioni controllate e realizzate con l’uso di esplosivi. Il pubblico italiano che ha osservato la demolizione dei palazzoni abusivi, sul lungomare di Bari e in altre località,  sa benissimo di che cosa stiamo parlando. Si tratta di una forma di implosione studiata a tavolino e perfettamente predisposta in ogni particolare, in modo che la costruzione si accartocci su se stessa e cada al suolo senza coinvolgere gli edifici vicini.

Del resto, il sospetto che il presidente Bush e le autorità preposte all’inchiesta abbiano falsificato deliberatamente la verità, per coprire pesanti responsabilità dei propri servizi segreti e, forse, di qualche Paese “amico” (Israele?), non è nato soltanto nella mente di milioni di persone che, negli Stati Uniti e altrove, hanno seguito la vicenda dell’11 settembre solo dagli schermi dei propri apparecchi televisivi.

Lo pensano anche molti di coloro che al Worl Trade Center, quel giorno, c’erano, e che, ricoprendo posti di responsabilità, erano e sono le persone più qualificate per esprimere un parere “tecnico” sulla modalità di quei crolli.

Una di quelle persone è William Rodriguez, originario di Portorico, che quel giorno svolgeva le funzioni di guardiano della Torre Nord. Come tale, egli possedeva tutte le chiavi dell’edificio e ne conosceva intimamente la struttura: le scale, i passaggi, le uscite di emergenza e così via, compresi i grandi sotterranei. Grazie a tali conoscenze e a una buona dose di coraggio – per non dire di eroismo – egli è stato in grado, subito dopo il crollo, di guidare le squadre di soccorso nei meandri del colosso abbattuto, fra le macerie, contribuendo a mettere in salvo parecchie centinaia di persone. Ha rischiato personalmente la vita ed è stato elogiato e decorato dalle autorità.

Ebbene, il signor Rodriguez è uno dei non pochi americani che non credono alla versione dei fatti fornita dall’amministrazione Bush.

Troppi interrogativi sono rimasti senza una risposta, nella ricostruzione della verità sull’11 settembre fornita a livello ufficiale dal governo degli Stati Uniti d’America.

Qual era la causa, qual era la natura degli scoppi che non solo Rodriguez, ma anche molti altri testimoni, hanno udito ben prima che l’aereo di linea si abbattesse contro la Torre Nord? E come spiegare che gli aerei dirottati non siano stati intercettati molto prima che colpissero i loro bersagli, mentre sorvolavano lo spazio aereo della superpotenza più agguerrita e protetta del nostro pianeta? E ancora: come e perché è crollato il cosiddetto “Edificio 7″? Dove è caduto, e perché, il “Volo 93″? Come hanno fatto dei semplici terroristi, privi di una seria esperienza di volo, a dirottare un gigantesco Boeing proprio contro il Pentagono, il luogo di gran lunga più sorvegliato e meglio difeso che esista sulla faccia della Terra?

Tante, troppe domande senza risposta.

Per questo motivo, Rodriguez si è rivolto all’avvocato Philip J. Berg, titolare di un importante studio legale della Pennsylvania, sporgendo una denuncia per «complotto e strage» contro il Presidente americano e buona parte della sua amministrazione. Essa è stata presentata presso la Corte Distrettuale di Filadelfia sulla base del R. I. C. O. (Racketeer Influenced and Corrupt Organization Act). I capi d’imputazione sono tre:

1) Bush e i suoi collaboratori erano perfettamente a conoscenza di quanto stava per accadere l’11 settembre;

2) non prevenirono gli attacchi, non agirono in alcun modo e neanche diedero l’allarme;

3) ostacolarono la giustizia mentre erano in corso le indagini volte ad accertare la verità.

Philip J. Berg e William Rodriguez, per far conoscere all’opinione pubblica americana e internazionale i loro sospetti circostanziati, hanno anche scritto un libro, pubblicato in Italia dagli Editori Riuniti di Roma nel 2006 (traduzione a cura di Paola Agosti, Claudio De Santis, Claudia Zanotelli), che si affianca a quelli di altri autori, anche illustri – come il linguista Noam Chomski -, ma che ha il pregio di essere nato sulla base dell’esperienza diretta di un cittadino americano che, quell’11 settembre del 2001, si trovava al World Trade Center di New York ed era il miglior conoscitore di uno dei due grattacieli crollati.

Ne consigliamo la lettura a tutti coloro che non hanno digerito l’enorme massa di approssimazioni, mezze verità e deduzioni inverosimili, sulle quali si regge – attualmente – la versione ufficiale su quei tragici fatti, che hanno segnato una svolta nella politica mondiale e che hanno dato il via alla politica della “guerra infinita” contro il terrorismo internazionale, innescando un pericolosissimo conflitto di civiltà fra Occidente e mondo islamico.

In questa sede, crediamo di fare cosa utile al lettore riportando una paginetta, scelta quasi a casaccio, in cui si fanno notare le incongruenze della versione ufficiale a proposito delle modalità con cui le Torri gemelle sono crollate o, per dir meglio, sono letteralmente sprofondate, ripiegandosi su se stesse; come suole accadere – dicevamo – nel caso di una demolizione controllata, quando delle cariche di esplosivo vengono collocate nei punti strategici degli scantinati (Op. cit., pp. 58-60):

(…) Una miriade di fatti ci confermano nella certezza quasi assoluta che tutti e tre gli edifici del World Trade Center crollati l’11-9 – cioè le Twin Towers (Edifici Wtc 1 e 2) e l’Edificio 7 di 47 piani (che si è schiantato alle 17:20 circa dell’11-9) – siano stati abbattuti per mezzo di demolizioni controllate preordinate (si veda più avanti). Ciò comporta necessariamente il libero accesso preventivo a entrambe le Torri, la disponibilità di esplosivi, un alto livello di competenza tecnica nella posa delle cariche esplosive, evitandone la scoperta nel periodo tra la loro collocazione in un momento imprecisato prima dell’11-9 e la data degli attacchi, e la complicità di elementi a terra pronti a farle detonare. Per fare un esempio, con l’ausilio di video e la consulenza di ingegneri ed esperti demolitori, il governo avrebbe potuto valutare la demolizione delle Torri (rispetto all’ipotesi di un crollo dovuto agli effetti sulla struttura dell’impatto degli aerei e/o degli incendi provocati dalla combustione del carburante). Se le Torri furono abbattute, e l’esplosivo necessario fu piazzato nelle Torri prima dell’11-9, esiste allora la certezza di fatto che ci sia stato e continui a esserci un insabbiamento e che ci sia una forte probabilità di complicità ufficiali ad alto livello.

(…) Le prove di tali demolizioni controllate sono impressionanti. Si consideri, innanzitutto, che tutti e tre i grattacieli sono crollati in modo relativamente pulito simmetrico e all’interno del proprio perimetro.  Questo è esattamente il risultato ottenuto dalla scienza delle implosioni controllate.  Le demolizioni per implosione sono provocate da esplosivi innescati  con timer ad alta precisione piazzati sulle strutture portanti e vengono impiegate nella demolizione di grandi strutture in aree congestionate, in quanto provocano danni limitati agli edifici circostanti.

(…) Forse la prova più schiacciante del fatto che entrambe le Twin Towers siano crollate a causa di una demolizione controllata sta nel fatto che le rispettive coperture hanno toccato terra tanto velocemente, quasi fossero cadute nel vuoto. Un oggetto che cada nel vuoto da un’altezza di 450 metri impiega poco più di 9 secondi a toccare terra.

Secondo le leggi della fisica, le Torri non sarebbero potute crollare così rapidamente se il cedimento della copertura degli edifici non fosse stato accelerato da una serie di esplosioni provocate per indebolire le strutture di cemento e acciaio dei primi 80 piani della costruzione, crollati all’interno del proprio perimetro. Una parte dell’energia che, nel vuoto, avrebbe contribuito a un’accelerazione della caduta, qui invece si è distribuita attraverso i molti piani di cemento e acciaio  che dividevano il tetto di ognuna delle Torri del Wtc dalla strada, facendoli crollare. (…)

Poche ore dopo l’attacco, Van Romero, esperto di esplosivi ed ex direttore dell’Energetic Materials Research & Testing Center al New Mexico Tech, dichiarò: «In base alle riprese video ritengo che, dopo che gli aerei hanno colpito il Wtc, il crollo delle torri sia stato provocato da cariche esplosive piazzate all’interno delle Torri». Sebbene pochi giorni dopo abbia ritrattato – forse su insistenza di qualche membro dell’Organizzazione – Romero confermò che il crollo degli edifici appariva «troppo metodico per essere il risultato casuale dell’impatto di un aereo contro la struttura». (…)

Su Internet circolano molti video del crollo delle Torri, in cui si vedono degli ‘sbuffi’ (effetto delle esplosioni laterali che causano lo scoppio delle finestre a intervalli di circa cinque piani e che avvengono appena prima dell’arrivo della nube di polvere), e altri indizi visibili di demolizioni controllate. (…)

Il ricorrente [cioè Rodriguez] richiama l’attenzione sul fatto che durante il weekend dell’8-9 settembre 2001, nella Torre Sud venne effettuata «un’interruzione dell’energia elettrica», verosimilmente a causa di lavori di «adeguamento dei cavi». Ciò avrebbe permesso agli agenti demolitori dell’Organizzazione di piazzare le cariche esplosive nella Torre Sud, senza essere ripresi dalle telecamere di sorveglianza. Si noti inoltre che la Stratesec, società diretta in passato da Marvin Bush, fratello del Presidente, garantiva la sicurezza del complesso del Wtc.

(…) Mai nessun grattacielo costruito in acciaio e cemento armato è crollato a causa di un incendio, salvo, si direbbe, che nei tre distinti (seppure coordinati) casi dell’11-9. Osservando le nubi a fungo di polvere finissima, provocate presumibilmente dagli incendi, risulta anche poco credibile che il crollo delle Torri sia dovuto solo a un cedimento strutturale. Si può dimostrare – ancora una volta sulla scorta delle leggi della fisica che non possono essere manipolate dai giudici della Corte Suprema compiacenti verso l’Organizzazione – che l’energia sprigionata dai crolli per gli incendi non era sufficiente a provocare delle nuvole a fungo di quelle dimensioni, e che quindi non avrebbero potuto formarsi senza la presenza anche di cariche esplosive.

Si potrebbe continuare, ma già in questa sola pagina crediamo ci siano abbastanza elementi sui quali riflettere seriamente.

La fisica è una scienza esatta: un edificio delle dimensioni delle Torri Gemelle, se crolla a causa di un impatto dall’esterno o di un incendio da quest’ultimo provocato, non implode verticalmente e non si sbriciola in modo “pulito”, ma semina rovine su un ampio raggio circostante.

Il minimo che si possa sospettare è che all’opinione pubblica sia stata tenuta nascosta una bella fetta della verità.

Perché? Forse perché l’amministrazione Bush aveva bisogno di un casus belli per scatenare la sua politica di forza a livello planetario, creando attorno a sé un cima di legittimazione morale e di avallo alla “legittima difesa”?

Questa è una vecchia costante della politica estera americana.

Nel 1898, quando scoppiò la guerra con la Spagna, fu l’esplosione della corazzata Maine nel porto de L’Avana che – complice una formidabile campagna stampa del gruppo Hearst – portò l’interventismo e il nazionalismo statunitensi a livelli di autentico isterismo. Nel 1917 fu la faccenda del Lusitania, affondato da un sommergibile tedesco; nel 1941, l’attacco proditorio dei Giapponesi a Pearl Harbour. Peccato che, in entrambi i casi, gli americani fossero preventivamente a conoscenza di quanto sarebbe accaduto: sia che il Lusitaniasarebbe stato attaccato (la voce fu fatta circolare dallo stesso ambasciatore tedesco a New York, proprio per dissuadere i cittadini statunitensi dall’imbarcarvisi), sia che le forze aeronavali nipponiche avrebbero sferrato il colpo sulla base della flotta americana nelle Isole Hawaii.

E si potrebbe continuare: con l’incidente navale nel Golfo del Tonchino, ad esempio, durante la guerra del Vietnam; con l’oscura vicenda delle mine galleggianti nel Golfo Persico, al tempo della guerra fra Iran e Iraq; con le fantomatiche “armi di distruzione di massa” del dittatore Saddam Hussein…

Se, dunque, la risposta al “perché” non è poi tanto difficile da trovare, quella alla domanda: “per coprire le responsabilità di chi” appare molto più difficile, almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze. Che, nei fatti dell’11 settembre 2001, vi sia un coinvolgimento dei servizi segreti americani, appare decisamente probabile. Impossibile spiegare, diversamente, la relativa facilità con cui un gruppo di terroristi stranieri ha potuto agire nel cuore degli Stati Uniti, durante mesi di preparazione, fino a colpire lo stesso Pentagono. Che vi siano coinvolti anche altri servizi segreti, ufficialmente “amici” e “alleati”, a cominciare dal Mossad – come, del resto, in alcuni casi eclatanti del terrorismo che ha sconvolto l’Italia durante gli “anni di piombo”, quando la politica estera della Farnesina era dichiaratamente filo-araba e filo -palestinese -, questo non è possibile dirlo con certezza, almeno attualmente. Però è possibile e, forse, addirittura probabile. C’è una immagine, che non vuole sparire dalla mente di coloro che hanno assistito alla scena: quella degli «israeliani danzanti», che si baciano e si abbracciano mentre le Torri Gemelle vanno in frantumi, l’11 settembre del 2001…

Un giorno che avrebbe cambiato molte cose, sulla scena della politica internazionale.

di Francesco Lamendola    News originale  

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